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Nymphéas. L’abstraction américaine et le dernier Monet

Ninfee. L’astrattismo americano e l’ultimo Monet

Ninfee. L’astrattismo americano e l’ultimo Monet

Un pennello di martora rossa e un secchio di vernice.
I Giardini di Giverny e un loft di Manhattan.
Armonia con la natura e trance creativa.
Claude Monet e Jakson Pollock.

Pensate che tutto ciò sia inconciliabile?
Pensate a degli abbinamenti impossibili?
Probabilmente non avete visitato la mostra “Nymphéas. L’abstraction américaine et le dernier Monet ” al Museo dell’ Orangerie di Parigi.
Come ci annuncia il titolo la scommessa degli organizzatori era di trovare negli ultimi lavori di Claude Monet un trait d’union con l’astrazione americana del dopoguerra.
Anche al netto dell’affanno dei francesi nel voler dimostrare che sono anche i precursori dell’Astrattismo americano,     ( loro che ancora non riconoscono che l’Impressionismo deve tutto ai nostri Macchiaioli… ), si può dire che la scommessa sia stata vinta.

In effetti in questa mostra si possono osservare diversi dipinti impressionisti che hanno fatto da ponte tra le ultime manifestazioni dell’arte ‘classica’ e quella che sarebbe divenuta l’arte astratta la più assoluta, la più radicale.
L’action painting infatti, insieme a tutta l’arte americana del dopoguerra, é stato un vero terremoto per noi europei stanchi e provati non solo dal punto di vista artistico.
Il linguaggio artistico dei vari Jackson Pollock, Willem de Kooning, Mark Rothko, fu un vero shock per il mondo dell’arte.
È vero, la strada ormai era stata spianata dall’Astrattismo e dal Cubismo di Picasso, ma mai e poi mai la sua arte sarebbe uscita veramente dai canoni “classici” della nostra storia millenaria.
Questa arte invece é tutta un’altra storia, una storia scritta dai vincitori della guerra che sembrano vogliano dirci : “siete finiti.”

Tornando alla mostra, l’impressione che destano i video con Monet da una parte e Pollock dall’altra non è facilmente dimenticabile.
Sul video di sinistra compare Monet che sembra manifestare la ricerca di un’ immersione nella natura, un percorso verso l’armonia in piedi a dipingere rivolto verso l’alto, nell’altro video nulla di tutto questo. In Pollock più che una trance creativa, compare un furore cieco, disperato, tutto rivolto verso la terra….
Tutto sembra separarli eppure…

Più che le Nymphéas, come sembra suggerire il titolo della mostra, a me sembra che il dipinto chiave sia un altro.
Parlo di “Le Pont japonais,” abitualmente esposto al Museo Marmottan, che da un punto di vista strettamente visivo, estetico, penso che lo potremmo veramente considerare come l’anello di congiunzione fra l’Impressionismo e le avanguardie americane.

La storia ci dice che questi artisti, nell’arco di un paio di decenni, hanno spazzato via la nostra ‘vecchia’ idea dell’arte intesa come aspirazione al bello e in qualche modo al sacro, strumento usato dall’ umanità per una crescita personale e collettiva.
Ora invece l’artista non avrà altro limite che quello della propria creatività, anzi direi della propria coscienza, ovunque questa lo conduca.
Senza contare che di lì a poco un certo Andy Warhol da Pittsburgh avrebbe messo una pietra tombale sul concetto stesso di Arte.
Cosa resterà di tutto ciò? Come diceva Battisti (anzi Mogol), lo scopriremo solo vivendo.
Nel frattempo, secondo la visione capitalista, continuano ad aver ragione loro, visto le cifre inusitate che raggiungono i vari Willem de Kooning, Jackson Pollock etc. nelle vendite all’asta da Christie’s o da Sotheby’s .

PS:
Il 17 maggio scorso ‘No 7 ( Dark over light)‘ di Mark Rothko presso Christie’s New York è stato aggiudicato a quasi € 26.000.000 ( ventiseimilioni di euro).
Chissà cosa ne penserebbe Federico Zeri in una delle sue celebri boutades affermava che: “nessun quadro, neppure la Gioconda, dovrebbe costare piú di una trentina di milioni” ( ma di vecchie lire…).

“Nymphéas. L’abstraction américaine
et le dernier Monet”
Musée de l’Orangerie – Parigi
dal 13 aprile al 20 agosto 2018