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Roy Lichtenstein et le pop art américain

ROY LICHTENSTEIN E LA POP ART AMERICANA

Indovinate come inizia il video di presentazione della bellissima mostra ‘Roy Lichtenstein e la pop art americana’?
Naturalmente con una casa d’aste dove un Lichtenstein viene battuto a prezzi astronomici…
Questo voler sistematicamente sottolineare il valore economico di un’opera o di un autore, é una costante dell’arte contemporanea.

Perché tutto questo affanno?
Forse in questo caso ci possono venire in aiuto i nostri antenati romani che dicevano: ‘Excusatio non petita, accusatio manifesta.
Sembra infatti che senza la giustificazione di un alto valore economico, l’arte contemporanea fatichi dannatamente a trovare un proprio valore assoluto.
Valore assoluto che può essere la bellezza, l’utilità o la crescita culturale ed umana del pubblico a cui si rivolge.

Questa è stata per millenni la funzione dell’arte per tutte le civiltà e in tutte le latitudini.
Come sapete Roy Lichtenstein deve la sua fortuna nell’aver riportato su tela i fumetti in voga negli anni ‘50 e ‘60 negli Stati Uniti.
La sua ascesa, insieme a quella dei vari Andy Wharol, Robert Rauschenberg, Jasper Johns, George Segal, James Rosenquist, Tom Wesselmann é stata folgorante e non mostra segnali di cedimento.
Il nostro artista, uno dei padri fondatori della Pop Art americana, é divenuto celeberrimo creando delle specie di gigantografie di singole vignette inventate e disegnate però da altre persone, cioè dagli autori dei fumetti.

Come un Canaletto del ventesimo secolo, Lichtenstein proiettava ingranditi su una tela i disegni dei fumetti.
Quindi provvedeva a dipingere o meglio a ricalcare i tratti, creando così il quadro ad olio.
Ora la questione abbastanza scontata é la seguente: quale meccanismo fa sì che un fumetto venduto a pochi cents, divenga un’opera d’arte, valutata a molti milioni di dollari?
In effetti una vera spiegazione razionale sembra non esistere.

Lo stesso Lichtenstein, intervistato a questo proposito, riferisce più le spiegazioni date dai critici, che il proprio pensiero, quasi che lui stesso fosse sorpreso da un tale successo e faticasse a darne una giustificazione.
D’altronde anche le analisi e le spiegazioni, date dai critici nello stesso video, mi sono apparse molto fumose e complicate.
Questo, come ci insegna Federico Zeri, è sempre un campanello d’allarme.
Spesso, un discorso pieno di parolone astruse, oppure un pesante catalogo di presentazione, servono a nascondere una mancanza di valore assoluto.
Valore assoluto che, come sappiamo, non ha mai bisogno di molte spiegazioni.
Il Latinorum di Don Abbondio evidentemente é ancora indispensabile..
In effetti, Marcel Duchamp ed il suo ‘ready made’ degli anni ‘50, hanno spianato la strada a qualunque tipo di sperimentazione.

 

Da quel momento l’opera d’arte è quella che viene ‘elaborata’ dall’artista, non necessariamente creata.
Di qui, alle scatolette della Campbell’s soup di Andy Wharol o ai rossetti di Rosenquist, il passo é stato breve.
Sempre nello stesso video che si può vedere all’inizio della mostra, ci sono altre cose illuminanti.
Per esempio l’intervista allo smarrito autore dei fumetti riprodotti da Lichtenstein, travolto da improvvisa notorietà.
Ma la cosa che più mi ha colpito e che ignoravo, é stata la seguente. Visto il successo avuto da Roy Lichtenstein, evidentemente altri autori di fumetti si saranno detti:  “Perché non fare anche noi quello che fa lui? Tanto più che siamo noi i veri creatori dei fumetti!
È stata quindi allestita una mostra dove venivano esposte le opere originali dei vari speranzosi fumettisti.
Il risultato, se ricordo bene la parola, del video, è stato “deludente“.
Il teorema di Duchamp non lascia scampo.
Il pubblico dell’arte contemporanea non sa cosa farsene dell’aura che trasmette un’opera d’arte di cui ci parlava Walter Benjamin, né tantomeno del concetto di “originale.”

Terminata questa digressione non resta che dire che la mostra é veramente gradevole e le opere esposte sono importanti e pienamente
rappresentative di quell’avanguardia americana degli anni ’50/’60 chiamata Pop Art .
Qualunque possa essere il giudizio critico-artistico-culturale su queste opere, non si può negare la potenza estetica e visiva di questi quadri.
Le varie opere in mostra, tipo “Crying Girl,” “Hot Dog” o “Smoker“, sono un vero pugno allo stomaco
In effetti le opere di Lichtenstein e della Pop Art in generale colpiscono in tutti i sensi nel momento della visione dell’opera, anche se, appena usciti dal museo, ci si rende conto di una cosa.
Manca probabilmente la cosa più importante che dovrebbe fare un vero artista: creare un’ emozione.

Da non mancare.